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    66. Mostra del Cinema di Venezia (2-12 Settembre 2009) - L’ANTEPRIMA MONDIALE DI ‘PLASTIC BAG’ DI RAMIN BAHRANI APRE ‘CORTO CORTISSIMO’

    Il visionario cortometraggio del regista statunitense apre il varco a 18 film in competizione rappresentativi di ben 16 paesi

    21/08/2009 - Venezia, 21 agosto 2009 - Con la bizzarra epopea geo-esistenziale di una busta di plastica, vero simbolo universale e trans-culturale della globalizzazione dei consumi e delle menti, si apre – lunedì 7 settembre, fuori concorso – la programmazione di Corto Cortissimo, curata da Stefano Martina con la collaborazione di Giuliana La Volpe, sezione cortometraggi della 66. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica (2 - 12 settembre 2009), diretta da Marco Müller e organizzata dalla Biennale di Venezia, presieduta da Paolo Baratta.

    L’anteprima mondiale di Plastic Bag (che ha per protagonista un sacchetto di plastica, la cui voce sarà un’interessante novità, e sorpresa, per il pubblico veneziano…), visionario cortometraggio firmato da Ramin Bahrani (il regista statunitense reduce dal successo ottenuto al Lido nel 2008 con Goodbye Solo e membro quest’anno della giuria del Premio Venezia Opera Prima), guiderà una policroma parata di 26 piccoli-grandi film scelti (tra quasi 1.600) privilegiando quelli più impregnati dell’emozione della scoperta – per chi li ha selezionati non meno che per quanti li hanno realizzati.
    Tra i 18 film in competizione, rappresentativi di ben 16 paesi e suddivisi come di consueto in tre programmi, spiccano in modo particolare – oltre ad alcuni temi prevalenti, tra tutti le relazioni famigliari più o meno disfunzionali e l’ambientazione domestica, che anche quest’anno dettano legge – un nomadico incrociarsi di nazionalità, origini geografiche e tragitti artistico-professionali ultranazionali frequentemente asimmetrico e obliquo tra i film e i rispettivi autori.

    Per la prima volta, la presenza italiana nel concorso riguarda ben tre registi, due produzioni e una co-produzione. Si tratta del notevole esordio nella regia di Adriano Giannini, che con Il gioco prende spunto da un racconto di Andrea Camilleri infondendo ad una storia d’infanzia pervasa di magia una raffinata dimensione visiva messa a punto negli anni dell’apprendistato come operatore di macchina, ancora precedente il suo debutto come attore; della conferma di Gianclaudio Cappai che, dopo il successo di Purché lo senta sepolto al Torino Film Fest nel 2006, con il corale So che c’è un uomo prosegue e approfondisce la propria ricerca (accompagnata da una riflessione che sfiora l’autobiografia) sulle dinamiche disturbate dei rapporti affettivi apparentemente più consueti e ordinari; e di Nuvole, mani, la nuova, emozionante opera di Simone Massi, sicuramente tra i nostri animatori più ispirati e personali, ma anche uno dei meno compresi e valorizzati in patria (da alcuni anni i suoi film battono infatti bandiera francese e sono co-prodotti dal canale tv franco-tedesco ARTE). A completare il quadro nazionale concorre infine la partecipazione produttiva italiana a To je zemlja, brat moj (This is Earth, my Brother), incantata opera ultima dello sloveno Jan Cvitkovič, ormai alla sua terza presenza a Venezia, dopo il lungometraggio d’esordio Kruh in mleko (Bread and Milk, Leone del Futuro nel 2001) e Srce je kos mesa (Heart is a Piece of Meat), in concorso a Corto Cortissimo nel 2004.

    Più significativa del solito è anche la presenza dell’estremo oriente. Malgrado si noti (altra novità, dopo diversi anni) l’assenza della Cina Popolare o di Taiwan, di certo non mancano i cineasti di origine cinese, ancorché targati Singapore, Malaysia o perfino Giappone. È il caso del 25enne Edmund Yeo, già co-produttore del pluripremiato The Elephant and the Sea di Woo Ming Jin e una delle migliori promesse del cinema malaysiano (benché sia nato invece a Singapore e si sia formato in Australia), il quale, trasferitosi di recente a Tokyo, si è ispirato ad una deliziosa novella di Kawabata Yasunari (I canarini, uscito in Italia nella raccolta “Racconti in un palmo di mano”, Ed. Marsilio) per il raffinato e delicatissimo Kingyo; ma anche di Shije Tan, l’autore singaporese di Er ren (For Two), una sofisticata meditazione sulla perdita non priva di una encomiabile leggerezza, malgrado sia basata su un fatto vero. Ancora dal Giappone (ma via Stati Uniti) e dalla Corea giungono invece due commedie, rispettivamente Jitensha (Bicycle) del nippo-americano Dean Jamada (la “ricostruzione esistenziale” di un ‘ordinary man’ metaforizzata dalla ricerca dei pezzi rubati alla sua bicicletta, in una sorta di “caccia al tesoro” supervisionata – nientemeno – da Dio) e Umma-e huga (Mom's Vacation), un musical folle e programmaticamente kitsch genere “casalinghe disperate a Seul” il cui regista Kwang-bok Kim vanta studi di cinema a Parigi.

    Proseguendo in un ideale percorso di avvicinamento al Vecchio Continente, dai paesi dell’Europa Orientale provengono invece sia il russo Objekt № 1 (Object # 1), un’allegoria sui simboli del comunismo trasfigurati dalle memorie dell’infanzia firmata da Murad Ibragimbekov, già vincitore del Leone d’Argento Corto Cortissimo nel 2003 con The Oil, sia la commedia grottesca sull’emigrazione illegale e sugli affetti lontani Bedniereba (Felicita) della regista georgiana Salome Aleksi, diplomata in regia a La Fémis di Parigi e impegnata professionalmente tra Tiblisi e Amburgo, come anche l’animazione 3D Kinematograf (The Kinematograph) del polacco Tomek Bagiński, che nel 2003 fu candidato all’Oscar con The Cathedral.

    Oltre ad Alle Fugler (Still Birds) della norvegese Sara Eliassen, che si distingue per l’efficacia con cui mette in scena con pochi e semplici tratti un futuro distopico da cui le parole sono bandite, fanno parte della pattuglia nord-europea anche un pugno di eccellenti corti britannici, a cominciare da Storage, in cui David Lea (già regista di alcuni videoclip dei Radiohead) si appropria dello sguardo deformante di un ragazzo autistico per raccontare il suo problematico rapporto con il padre e con una realtà da cui si sente costantemente minacciato, per arrivare a GirlLikeMe di Rowland Jobson (una ragazzina è dilaniata tra gli abusi familiari e la pericolosa smania di diventare donna troppo in fretta) e a Family Jewels, saggio di fine master all’American Film Institute di Los Angeles dell’inglese Martin Stitt. È qui che il regista, con l’aiuto di una camera estremamente mobile, affina un’analisi iniziata già con il precedente What Does Your Daddy Do? (Corto Cortissimo 2006) e penetra nei sentimenti che legano tra loro i membri di un nucleo famigliare, ribaltando alcuni stereotipi (la moglie è un soldato in partenza per l’Afghanistan l’indomani) facendo leva sulla cronaca.

    Da Israele e dal Sud Africa, entrambi paesi di ruvidi e sanguinosi contrasti, provengono invece due storie di vittime di “istituzioni totali”, segnate per sempre da forme diverse di violenza morbosa. Quella raccontata in Sinner dall’ex musicista hassidim Meni Philip viene esercitata sul giovanissimo allievo di un convitto religioso ultra-ortodosso dal suo stesso rabbino e maestro, mentre in Eersgeborene (Firstborn), diretto dal sudafricano di origine greca Etienne Kallos (ma il film è il saggio finale del corso di cinema alla New York University, e il regista è già passato per Cannes, Berlino e il Sundance), il teatro è una famiglia di allevatori afrikaaners, razzisti e ferocemente religiosi, nella quale i due figli si troveranno a perpetuare – attraverso l’omicidio – gli stessi abusi e gli stessi arbitrii ai quali avevano tentato solidalmente di ribellarsi.

    Tra i film che la giuria – composta dal regista, produttore e sceneggiatore statunitense Stuart Gordon (presidente), dall’attrice, critico e direttore di festival Sitora Alieva (Russia) e da Steve Ricci (docente, studioso di cinema e responsabile di cineteca - Stati Uniti) – si troverà a dover giudicare, il più lieto e gioioso è però senz’altro il brasiliano O teu sorriso, un vero e proprio corpo a corpo sentimentale – ma non solo – tra due anziani amanti rinati alla vita grazie ad un tardivo innamoramento. A firmarlo è il 29enne paulista Pedro Freire, i cui trascorsi formativi cubani e spagnoli l’hanno condotto in pochi anni a partecipare a vari festival, tra cui Torino e Oberhausen.

    Corto Cortissimo – Eventi, il quarto e ultimo programma della sezione cortometraggi, è infine dedicato ai film brevi italiani fuori concorso: al tempo stesso un approfondimento e un percorso parallelo alla competizione. Ne fanno parte due film di diploma come La seconda famiglia di Alberto Dall’Ara (interpretato da una strepitosa Alba Rohrwacher, produzione Centro Sperimentale di Cinematografia) e La Città nel Cielo di Giacomo Cimini (un brillante sci-fi movie prodotto dalla London Film School), la commedia d’epoca Uerra (amabile e sincero debutto nella regia dell’attore Paolo Sassanelli), l’animazione Recordare di Leonardo Carrano e Alessandro Pierattini (basata sul suggestivo progetto di ricerca sull’anatomia umana “Visible Human Project”), i film di due registi diversamente “migranti” come Annarita Zambrano (A la lune montante, Francia) e Riccardo Pugliese (Radio, Stati Uniti) e – come film di chiusura – la divertente microindagine The It.Aliens, realizzata nell’amata Umbria dal regista e artista svizzero Clemens Klopfestein, già giurato di Corto Cortissimo nel 2005, e da suo figlio Lukas Tiberio.

    Per suggellare l’intesa tra la programmazione di Corto Cortissimo e le iniziative di Circuito Off – Venice International Short Film Festival, CortoCortissimo si trasferisce quest'anno per una serata all' "Isola dei Corti" di San Servolo. La notte di sabato 5 settembre, d’intesa con Circuito Off, una straordinaria anteprima verrà presentata a San Servolo: quella di Earth, il mediometraggio del regista e visual artist singaporese Tzu Nyen Ho, ipnotico e simbolico tableau vivant post-caravaggesco sul tema del destino della Terra, con un imperdibile accompagnamento musicale dal vivo (a cura dei protagonisti della musica garage singaporegna).

    LA REDAZIONE

    Nota: Si ringrazia l’Ufficio Stampa de ‘la Biennale di Venezia’


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