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    Home Page > Cinespigolature > ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI … (Parte II)

    ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI … (Parte II)

    Riprese, stile, punti di vista/L’ “atto creativo”

    20/02/2008 - Riprese, stile, punti di vista

    Caratteristiche per brevi tratti già accennate dello stile di Tarantino sono innanzitutto l’ambientazione e la natura dei dialoghi, di tipo “americano” e insieme lo stilema di regia marcatamente europeo che carpisce i segreti delle convenzioni filmiche e del genio francese di Godard.
    L’influenza del regista francese si avverte nell’impianto teatrale che si serve di lunghi piani sequenza e nella suddivisione in “capitoli” segnalati da didascalie.
    La fluidità narrativa è resa quasi “singhiozzante” da bruschi passaggi, dal tempo diegetico del film, all’uso aperto del flashback e alla totale assenza di “punteggiatura” filmica alla maniera di dissolvenze che avvertano lo spettatore del mutamento di tempo e di luogo.
    La regia punta sulle riprese ibride che non suggeriscono in genere per chi parteggiare, con chi identificarsi, insistendo sulla fisicità violenta e conflittuale.

    I frequenti campi e controcampi sottolineano l’antagonismo dei protagonisti e scandiscono il ritmo spesso teso della narrazione.
    Ma in “Kill Bill” per alcuni di questi parametri è la svolta, a cominciare dalla possibilità di identificarsi con il protagonista.
    Qui Tarantino obbliga quasi lo spettatore a immedesimarsi nella parte della Sposa e lo fa fin dalle prime immagini.
    Immagini non mostrate ma sentite prima di tutto, attraverso il respiro angosciato e soffocato della protagonista agonizzante.
    Lo spettatore non può fare a meno di respirare al suo stesso ritmo, (come pure mentre la Sposa-Uma si trova nella tomba, sepolta viva, nel Volume 2), e non può non provare pena per la donna insanguinata ed orrore quando esplode il colpo di pistola.
    Ma soprattutto, lo spettatore è portato a odiare Bill.
    Tarantino ci invita a prendere una posizione.
    Qui i buoni e i cattivi, i valori, ritornano fuori al ritmo incalzante della musica e dei vari generi cinematografici che si intersecano tra loro nella narrazione.

    La forza morale del personaggio di Uma non può non coinvolgere ed il dolore sconvolge lo spettatore come se provato sulla propria stessa pelle e nessuno si sconvolge troppo se Vernita Green viene uccisa sotto gli occhi della figlia di quattro anni.
    Il numero quattro ci rimanda istintivamente agli anni di coma passati dalla protagonista ed al fatto che la figlia che portava in grembo- e che Beatrix crede di aver perso per sempre- avrebbe la stessa età.
    Il regista ci induce a trovare un alibi alla violenza della protagonista.
    “Ma Vernita l’ha colta con un colpo insidioso, vile, tirando fuori la pistola dalla scatola dei cereali!” Non più modelli positivi e negativi, ma solo uomini, nella loro semplice eppure complessa, ordinaria follia di viventi.
    Appositamente celato, Bill è attorniato da un’aura quasi misteriosa che lo fa prendere posizione nell’universo dei cattivi.
    Perché in “Kill Bill” è impossibile non prendere una posizione davanti alla spietatezza dello sparo che risuona nella prima scena, quasi cullato dalle note dolenti in apertura di “Bang Bang”;
    impossibile non detestare il vile gesto di Elle Driver, pronta, per gelosia e rivalità a colpire la Sposa nel momento di maggiore vulnerabilità, mentre ancora è in coma; impossibile non parteggiare per Uma nella lotta furiosa contro chi l’ha privata della vita che desiderava.

    Il regista ci mostra una battaglia violenta, cruda, sanguinaria, ma leale, ed è immediato l’effetto provocato nello spettatore.

    Punto di vista privilegiato è l’occhio, nelle soggettive che ci introducono quasi in maniera forzata nell’universo della protagonista mentre adocchia e tiene sotto controllo le mosse delle sue vittime.
    Gli occhi lampeggiano, accompagnati da effetti sonori pulsanti da videogame, si aprono e si chiudono in un battito di ciglia impercettibile mentre il colore sullo schermo si accende e si spegne.
    Ed anche la visione della morte si specchia negli occhi sanguinanti di Go-Go e di Elle Driver.

    Violenza, danza, musica, si fondono in un corpo unico.
    I combattimenti con i ripetuti dettagli sui piedi, sono messi in scena come balli in cui figura principale è il cerchio, con la Sposa coreografa dei movimenti degli avversari e che scandisce il tempo della musica che cresce in corrispondenza del culmine della violenza, o che si fa prologo alle vicende, (come il “Bang Bang” dell’incipit), o che, infine, si spegne, lasciando posto ad un silenzio scandito dal cozzare delle spade.
    Nella scena all’interno del ristorante, l’impatto visivo delle figurine nere che si stagliano contro lo sfondo blu attinge addirittura dal musical.
    L’inquietante colonna sonora “Twisted Nerve”, (Roy Boulting, 1969), punteggiata da un fischiettare insistente, accompagna l’entrata in scena di Elle Driver, sottolineandone la personalità con ironia, come pure accade con “That Certain Female” ,(Charlie Feathers), a caratterizzare il bizzarro personaggio dello sceriffo mentre la macchina da presa indugia sul dettaglio dei Ray Ban sul cruscotto.

    Nell’epilogo della vicenda lo spettatore si “purifica” alla maniera della catarsi nella tragedia greca.
    Sotteso è il “” della vendetta che si abbatte da madre a madre per i figli, e anche ad essi sarà lecito brandire a loro volta, un giorno, la spada.

    Il percorso è di trasformazione del protagonista alla maniera degli eroi violenti di John Woo, purificati da una serie di passaggi che portano alla maturazione interiore.
    Da registi che come lui si occupano di “violenza”, Tarantino eredita ma alleggerisce il tema della religione in cui il sangue versato allude al sacrificio, riproponendolo in un effetto che ha del surrealistico in “Pulp Fiction” e quasi dell’espressionista in “Le Iene”, ma che in “Kill Bill” diviene simbolicamente eroico e purificatore.
    Ed in quest’ultimo non c’è più traccia del “pulp”, e, all’opposto di quello che il genere propone, si sviluppano precisi valori di riferimento che determinano la “casualità” degli eventi.
    Tarantino ci mostra l’imprevisto che irrompe nel quotidiano e in un climax sale fino a generare la catastrofe che esplode come in un fiotto di sangue da una testa mozzata, per poi ritornare ad uno stato di calma apparente.

    Le ambientazioni rivivono le atmosfere di generi cinematografici diversi, sotto l’influsso di un “pulp” che parla di western e di cinema orientale.
    Il cinema di Tarantino si confronta con generi e sottogeneri cinematografici codificati e li stravolge giocando sulla ripetizione e sulla variazione del modello, disattendendo completamente le attese dello spettatore più pratico.
    “Ho visto così tanti film che mi piace giocherellarci.
    Più o meno nove su dieci ti fanno sapere nei primi dieci minuti che tipo di film stai vedendo. Sono convinto che gli spettatori nel subconscio leggono questo messaggio iniziale e prevedono le mosse successive.
    Mi piace usare queste informazioni contro di loro.”
    L’intento sabotatorio è chiaro e piuttosto che la suspense che gioca con le informazioni di un pubblico complice ed informato, Tarantino impugna la sorpresa come arma narrativa.
    Già Alfred Hitchcock l’aveva teorizzata come strategia che vale come una bomba che esplode improvvisamente sotto un tavolo al quale si sta tenendo una conversazione, stupendo insieme ai personaggi anche il pubblico.
    E Tarantino lo usa per approcciare i generi, sfruttando la verosimiglianza all’interno di un genere specifico ma disturbandone la logica narrativa.
    Lo spettatore si trova d’improvviso destabilizzato davanti ad azioni realistiche per la vita quotidiana ma che assumono connotati assurdi rispetto alle convenzioni cui fanno riferimento.
    L’operazione di rilettura coinvolge generi emarginati ma riattualizzati dal regista attraverso situazioni e personaggi che, estrapolati dal proprio contesto, vengono immersi nell’ordinarietà.
    Irrefrenabile per Tarantino è l’attrazione per la vita di tutti i giorni, contro la quale fa scontrare il personaggio.
    Dirotta situazioni limite su altri dettagli, ma ci mostra le modalità per ripulire i sedili di un’auto inzaccherati di pezzi di cervello; la situazione incongruente rispetto alla logica narrativa non è più resa tramite ellissi, ma esse vengono invece usate per occultare parti importanti della storia.

    La cinefilia di Tarantino è legata indissolubilmente a reminescenza di tipo fumettistico e pesca a piene mani dal noir-gangsteristico americano degli anni Quaranta, dai film di serie b e z, dalle trasposizioni delle novelle pulp, dai polizieschi ai film sanguinari, all’affascinate rielaborazione che fa del western di Sergio Leone, fino a farsi suggestionare dagli estremismi di sangue ed efferatezza del cinema orientale.
    Ed anche in “Kill Bill”, i generi ritornano.
    In primo luogo l’orientale e il western, indissolubilmente legati dalla trama di una storia che comincia a El Paso e passa per Okinawa e Tokyo.

    La storia di O-Reen Ishii diventa un “anime” giapponese a metà tra fumetto e cartone dai tratti fortemente espressivi e in cui il sangue sprizza copioso, lo sceriffo di El Paso è una pittoresca caricatura di cowboy e memorabile e il tragitto che compie in auto sulla pista desertica.

    Qui la musica ne introduce il passaggio e sembra extradiegetica mentre il regista attira lo spettatore sul dettaglio degli occhiali a goccia con lenti di vetro colorate allineati sul cruscotto.
    Poi, di botto, lo sceriffo parcheggia la vettura e la musica si spegne svelandone l’originaria provenienza.
    Continuo è il ricorrere ad atmosfere e luoghi tipici del noir, come la notte, la città, i bar, gli uffici polverosi e disordinati, i motel, gli aeroporti, i depositi abbandonati, i territori di transito al confine col Messico, gli spazi che ingabbiano i personaggi.
    Ma poi ne rimescola le carte, in una polpa di tradizioni reimpastate e alleggerite dall’eroismo e dalla passione attraverso il filtro dell’ironia.
    I personaggi sono uomini qualunque, assassini per caso, gangster, perdenti guidati da un cinismo senza catarsi. (Fatta eccezione, come si diceva, per “Kill Bill”.).
    Le strutture narrative sono impiegate a forma di puzzle, con flashback, profondità di campo e punti di vista isoliti, privilegiando in genere la parola sull’azione. ( Anche quest’ultimo, parametro smentito nella vicenda dell’ultimo film del regista).

    L’ “atto creativo”

    Ogni volta che inizia a scrivere una sceneggiatura, Tarantino mette in scena un preciso rituale.
    Compra un taccuino, tre pennarelli rossi e tre neri- chiara è qui la citazione che il regista fa di sé in “Kill Bill”, fornendo la protagonista gli stessi strumenti per annotare i nomi delle vittime- e prende appunti in qualsiasi posti si trovi.
    Sono i personaggi stessi a far uscire i caratteri, sono loro a parlare, a muoversi, mentre l’autore si limita a scriverne gli imput che da essi riceve.
    È interessante a questo proposito analizzare il modo in cui Tarantino descrive il suo “atto creativo”.
    “Ciò che accade con i miei script regolarmente, è che i personaggi faranno qualcosa che mi spiazza del tutto…quando Mr Blonde ha frugato nel suo stivaletto e ne ha tirato fuori in rasoio, non sapevo che avesse un rasoio nello stivaletto.
    Sono rimasto sorpreso.”
    Si tratta di un approccio apertamente letterario, nel quale si ritrova anche la suddivisione in capitoli all’interno della narrazione filmica, alla quale in “Kill Bill” si affianca la voce narrante della protagonista, anche se, in termini narratologici propriamente detti, non ci troviamo di fronte ad un narratore “onnisciente” vero e proprio, dal momento che la grammatica del film introdotta dal regista frammenta la vicenda con salti temporali e spaziali.
    In “Le Iene” Mr Orange recita nel suo quotidiano training per diventare infiltrato, in “Pulp Fiction” si dice che Mia abbia recitato in un episodio pilota di una serie televisiva mai andata in onda, in un’ ottica che è insieme metalinguaggio e disvelamento della finzione filmica e narrativa.
    L’attesa dello spettatore è fortemente condizionata mediante l’accuratezza con la quale il regista evita di dare informazioni utili a comprendere ciò che si vede e così, sul volto massacrato della Sposa in “Kill Bill” polverizza la classica suspense proiettata al futuro “cosa succederà?” e innesca la curiosità verso un passato di cui non si sa nulla.
    E trasforma la domanda in un : “che cosa è successo ?”.
    (Ed anche in “Le Iene”, l’intera vicenda appare frammentata da continui passaggi temporali che insieme costruiscono la vicenda narrativa vera e propria).
    Ciò che importante non è il flusso di verosimiglianza, ma il funzionamento della storia che il regista ottiene applicando al cinema una struttura letteraria libera da ogni convenzione.
    Un romanziere può iniziare a raccontare da dove vuole senza infastidire il lettore; può tornare indietro per soffermarsi su un punto preciso della storia o per far sapere qualcosa di più su un personaggio, ma sullo schermo lo spettatore si attende la “realtà”.
    Tarantino risveglia le capacità intellettive impigrite dalla visione, costruendo un universo fatto di una trama fortemente letteraria e inducendo lo spettatore a leggere e a sentire. (CONTINUA in ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI … - Parte III).

    (A cura di ENRICA MANES)

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