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    Home Page > Cinespigolature > ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI… (Parte I)

    ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI… (Parte I)

    Musica e linguaggi nel cinema di Tarantino/Tarantino e il post-moderno/Il sapore del sangue

    20/02/2008 - Musica e linguaggi nel cinema di Tarantino

    Non devi necessariamente usare musica, potrebbe essere anche soltanto silenzio, ok? Ma ciò che è importante è che in qualche modo la musica è come il ritmo ed è più o meno la personalità che stai cercando di proiettare nel film”. Quentin Tarantino

    L’animo di Tarantino è musicale, pulsante, come l’effetto che crea l’arrangiamento sonoro in ognuno dei suoi film.
    Pulsante come un battito di ciglia, come la suspense che cresce in un climax nello spettatore, come il respiro affannoso di un personaggio.
    La musica diviene componente stessa e strutturale della scena e con essa si fonde fino a divenire un tutt’uno compatto e vivissimo di sentimenti ed azioni intrecciate in un’ unica trama.
    In “Le Iene” la musica proviene da “Radio K. Billy, musica anni ‘60” e, come in “Pulp Fiction”, innesca, dopo il prologo, la “magia dei titoli di apertura”.
    Da collezionista accanito Tarantino trasforma con giocosa ironia fumetti, b-movies, soundtracks atipiche in pure fonti di ispirazione, facendo di una canzone l’idea cardine di tutto un film, anticipando tendenze e mode e divenendo cult, icone, nuovi simboli che attingono dal passato o che precorrono uno stile futuro.
    Nulla in Tarantino è lasciato al caso, tutto è commistione agrodolce tra musica e scena; ingenua, disincantata e istintiva la prima e di tarantiniana , spiazzante violenza e realtà l’immagine ad essa accostata.
    Una musica che pare irridere talvolta i protagonisti stessi e che insieme ne accompagna i fatti e le vicende, sottolineando i passi, le scelte, mentre il tutto diviene azione.
    Ed è con questo intercalare di suoni ed effetti che nasce un nuovo genere in cui tutto è utile allo svolgimento dell’azione narrata, ed è “pulp”.
    Un linguaggio in cui tutto è funzionale ed anche la soundtrack più particolare può divenire decisiva per denotare uno o più aspetti di quella grande e mutante massa che è il film.
    In Tarantino un film si legge, si sente e insieme si vede attraverso suoni ed azioni che shockano lo spettatore con un senso quotidiano della scena insieme permeata di grottesco, di kitsch talvolta irriverente.
    Un reale così vero che suscita la risata.
    Sadica, surreale.

    Tarantino e il post-moderno

    Se il termine “post-moderno” allude alla lettera a “ciò che viene dopo la modernità”, in Tarantino diviene anticipazione vera e propria grazie all’intuizione di un nuovo stile che si insinuerà prepotentemente negli anni’90.
    È uno stile che stravolge i piani tradizionali di trama, tempi, spazi, proponendo valori nuovi di sensibilità, mutamenti tecnologici e comunicativi che si fanno forme espressive.
    I parametri divengono velocità e orizzontalità; velocità fatta da una musica ritmata, martellante come il respiro della Sposa in “Kill Bill” che si fonde con le note dolenti di “Bang bang”, ed è un ritmo fatto di linguaggi che si compenetrano tra videogame e videoclip e fanno nuove le modalità dei dialoghi.
    L’orizzontalità porta invece alla giustapposizione e alla simultaneità gli influssi dei diversi ambiti culturali, dal cinema, alla televisione, al fumetto, al cartone animato da cui l’universo tarantiniano attinge e di cui esso stesso è parte.
    Scompaiono le gerarchie tra i generi e passato e presente si pongono sullo stesso piano, senza più spazio né tempo.
    Ed è “pulp”.
    Massa informe, liquida, che spandendosi come olio ingurgita.
    E se il risultato è chiaramente “post-moderno”, l’antecedente attinge da un passato in cui “pulp” connotava un preciso genere paraletterario da giornaletti “usa e getta” anni’20 dai contenuti decisamente crudi e noir.
    Da qui parte Tarantino, e, nel periodo in cui il connubio tra le due maggiori forme di intrattenimento, cinema e videogioco, rivela i suoi primi e decisivi passi, fa sua la nuova capacità immedesimativa e percettiva sottoponendola allo spettatore attraverso il gameplay.
    E “Kill Bill” ne è un chiaro esempio.

    Il sapore del sangue

    Non prendo molto seriamente la violenza…fa parte di questo mondo, e io sono attratto dall’irrompere di questa nella vita reale.
    Non riguarda i terroristi che fanno un dirottamento, o roba simile, la violenza reale è così: ti trovi in un ristorante, un uomo e una donna stanno litigando e all’improvviso l’uomo s’infuria con lei, prende una forchetta e gliela pianta in faccia.
    È proprio folle e fumettistico ma comunque succede; ecco come la vera violenza irrompe irrefrenabile e lacerante all’orizzonte della tua vita quotidiana.
    Sono interessato all’atto, all’esplosione, e alla sua conseguenza.
    Che cosa facciamo noi, dopo?
    Picchiamo il tipo che ha infilzato la moglie?
    Li separiamo? Chiamiamo la polizia?
    Chiediamo indietro i nostri soldi perché ci hanno rovinato il pranzo?
    Sono interessato a rispondere a tutte queste domande
    .” Quentin Tarantino

    Per un’analisi completa di un film di Tarantino si potrebbe partire da questa sua affermazione apparentemente stravagante.
    Tarantino non tratta mai la violenza fine a se stessa, ma intende stimolare lo spettatore a prendere una posizione, anche soltanto a farsi una risata, ma pur sempre a provare qualcosa davanti al connubio perfetto di immagine e suono di cui ho accennato sopra.
    Parlando di affermazione “folle e fumettistica” Tarantino mette in campo la sua arte più raffinata, quella della compenetrazione dei generi, e insieme introduce con poche frasi la base del genere cinematografico che il suo cinema incarna.
    Manifestazione esagerata di una pulsione, follia suscitata da un atto apparentemente banale e uno spettatore.
    È cinema.
    E Tarantino lo cala nel quotidiano, introducendo una serie di possibili reazioni che insieme sono quelle del pubblico nella sale di proiezione e quelle del personaggio-attore che agisce all’interno della finzione filmica.
    Ma l’aspetto più interessante è che questa finzione, apparentemente fumettistica, nell’universo tarantiniano è profondamente reale.
    Atti che muovono da un raptus improvviso eppure di quotidiana follia; e reazioni.
    Le conseguenze di cui parla il regista.
    E il film altro non è che un fatto apparentemente banale che suscita una serie di conseguenze e attraverso esse si evolve e muove verso una conclusione, lungo un tortuoso e sconnesso filo di reazioni.

    Ascendente per lui è lo “splatter movie”, dove la messinscena della morte è elemento ed evento centrale e centralizzante.
    Dopo decenni di morti composte e senza ferite, e di regole ipocrite come il dogma “arma e ferita mai nella stessa inquadratura”, alla fine degli anni Sessanta la violenza esplicita scandita da colate di sangue non è più una novità nemmeno per Hollywood, e diventa anzi un cardine narrativo costante e di notevole presa sul pubblico nei film del decennio successivo, subendo una progressiva spettacolarizzazione che coinvolge i generi, dal gangstermovie all’horror e la western.
    La “questione violenza” aperta su Tarantino fa i conti con la qualità mimetica della sua rappresentazione della realtà e con le modalità narrative introdotte dal cinema degli anni Novanta cui si accennava più sopra.
    Sono gli anni in cui la violenza è trattata come soggetto estetico, duro, scioccante, impermeabile alla preoccupazione etica e alla responsabilità morale e Tarantino esprime tutto questo con prepotenza nella spiazzante banalità umana dei personaggi che la praticano e la quotidianità delle situazioni che li coinvolgono.
    Si possono fare quattro chiacchiere prima, durante e dopo aver ucciso.
    Il regista cattura con morbosità il fascino perverso che il crimine esercita sulla gente comune, la casualità che risucchia chiunque e ci avverte: la “metà oscura” alberga in tutti, fa parte del patrimonio genetico ed è pronta a esplodere in qualsiasi momento.
    La fisicità irrompe nei suoi film spruzzandoli di rosso.
    Ed è come se all’improvviso, in quella ipotetica scena del ristorante dove l’uomo ha infilzato la donna con la forchetta, lo spettatore prendesse d’un tratto posizione e scatenasse la sua ira sfoderando una spada nascosta sotto l’abito elegante, o come, se, impugnando d’improvviso la pistola, urlasse le sue credenziali di agente segreto.
    L’atto violento non è mai in sé e per sé mentre la macchina da presa sposta l’attenzione su di esso o ruota attorno al personaggio colpito, ma l’interesse è convogliato a dilatare allo sfinimento la tensione che viene prima per esibire ciò che rimane dopo.
    Due fidanzati sono seduti in una tavola calda, fanno colazione e discutono scambiandosi battute a ritmo rapido.
    Il tema e quello di una rapina.
    Si dichiarano in fretta il loro amore, si baciano, poi lui si alza e punta la pistola sui clienti.
    È la scena di apertura di “Pulp Fiction”, ma l’atto con cui il film inizia si interrompe sul più bello rimandando il tutto come conseguenza al termine del film.
    Ed è il rapporto di causa ed effetto a cui si accennava in precedenza, un rapporto narrato attraverso un uso del montaggio che sconvolge e ribalta i tempi e gli spazi attraverso l’uso di continui stacchi e flashback.
    Il più classico campo e controcampo affianca l’uso dell’unica inquadratura per contenere una scena, e in alcuni casi si può anche morire ai bordi estremi dell’immagine, con un asse di ripresa totalmente decentrato rispetto al comune asse visuale. (CONTINUA in ALCUNE TARANTINIANE QUESTIONI … (Parte II e III).

    (A cura di ENRICA MANES)

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